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Verga nasce a Vizzini e
precisamente nella tenuta Tiepidi (nonostante la nascita venga
dichiarata a Catania), nel 1840 da una nobile famiglia del
luogo. Il suo paese natio, i suoi vicoli, le
sue case e la gente che li popola, gli ispirano le più belle
storie veriste. Lo scrittore, la voce più calda e vibrante del
Verismo italiano, ci presenta nelle sue opere, con pennellate
dai tratti netti e crudi, la realtà del fine ottocento del
nostro paese. da "Mastro don Gesualdo":
"ll paese in cima al colle, arrampicato sui precipizi,
disseminato fra rupi enormi, minato da caverne che lo lasciavano
come sospeso in aria, nerastro, rugginoso, sembrava abbandonato
senza un'ombra, con tutte le finestre spalancate nell'afa,
simili a tanti buchi neri, le croci dei campanili vacillanti nel
cielo caliginoso". (parte I cap. IV).
Le chiese: "E subito dal quartiere basso, giunge il suono grave
del campanone di San Giovanni, che dava l'allarme anch'esso
(...); poi la campana bassa di san vito, l'altra della chiesa
madre più lontano (...). Una dopo l'altra s'erano, svegliate
pure le campanelle dei monasteri, il Collegio, santa Maria, San
Sebastiano, Santa Teresa. Uno scampanio generale, che correva
sui tetti, spaventato, nelle tenebre". (parte I capitolo I).
Palazzo Trao: "Dal palazzo dei Trao, al di sopra del cornicione
sdentato, si vedevano salire infatti, nell'alba che cominciava a
schiarire, sglobi di fumo denso, a ondate, sparsi di faville".
(parte I capitolo 1).
Casa di Mastro don Gesualdo: "Brucia il palazzo, capite? Se ne
va in fiamme, tutto il quartiere! Ci ho accanto la mia casa,
perdio! Si mise a vociare mastro Don Gesualdo Motta". (parte I
capitolo I). Palazzo Sgangi: "Cera appunto il balcone del
vicoletto, che guardava di sbiego sulla piazza, per gli invitati
di seconda mano ed i parenti poveri". (parte I capitolo III).
Palazzo Rubiera: "Una volta, al tempo dello splendore dei
Rubiera, c'era stato anche il Teatro. Si vedeva tutt'ora l'arco
dipinto a donne nude e a colonnati come una cappella. (...)"
(parte I capitolo 11).
Palazzo La Gurna: "Nella casa antica dei La Gurna, presa in
affitto da Don Gesualdo Motta, s'aspettavano gli sposi". (parte
I capitolo VII).
da "La Lupa":
Chiesa S. Maria di Gesù: "Al villaggio la chiamavano "la Lupa",
perché non era sazia giammai di nulla (...) Padre Angiolino, di
Santa Maria di Gesù, un vero servo di Dio, aveva perso l'anima
per lei".
da "Cavalleria Rusticana":
Osteria della 'Gna Nunzia: "Turiddu (...) smaltiva l'uggia
all'osteria con gli amici. La Vigilia di Pasqua avevano sul
desco un piatto di salsiccia. Come entrò compare Alfio, (...)
Turiddu comprese che era venuto per quell'affare (... ).
Cunziria: " Il carrettiere gli buttò le braccia al collo. Se
domattina volete venire nei fichidindia della Cunziria, potremo
parlare di quell'affare, compare. Aspettatemi sullo stradone
allo spuntare del sole, e ci andremo insieme -. Con queste
parole si scambiarono come il bacio della sfida. Turiddu strinse
tra i denti l'orecchio del carrettiere (...) Turiddu annaspò un
pezzo qua e là
tra i fichidindia e poi cadde come un masso".
da ".Teli il pastore":
Casa di Mara: "Mara stava di casa verso Sant'Antonio, dove le
case si arrampicano sul monte di fronte al vallone della
Cunziria, tutto verde di fichidindia, e colle ruote dei mulini
che spumeggiavano in fondo, sul torrente; ma Jeli non ebbe il
coraggio di andare da quelle parti ora che non l'avevano voluto
nemmeno per guardare i porci".
Da "Don Licciu Papa":
palazzo di città: "Sulla piazza, dinanzi gli scalini del
municipio, il banditore gli vendeva la mula (...) quindici onze
una bella mula baia!".
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